Il gusto di nominare le cose

Cancellato dalla tv, l'attore torna in teatro e lancia le sue battute al vetriolo

Il gusto di nominare le cose
Lo showman ha portato all'Ambra Jovinelli l'intera trasmissione sospesa. Fuori, un megaschermo per chi non è potuto entrare. Da Benedetto XVI al matrimonio, va in scena l'Italia del sacro integralismo

di Gianfranco Capitta ( il manifesto, 18/12/07 )

Daniele Luttazzi si è visto chiudere il suo Decameron su La7, ufficialmente perché aveva fatto bersaglio di uno dei collaboratori principali dell'emittente Telecom, Giuliano Ferrara. Ma tutti hanno pensato che in realtà la decisione fosse scaturita dalla puntata che l'artista aveva appena registrato, dedicata alla religione (che è una delle parole chiave della testata chiusa) e in particolare al cattolicesimo targato Ratzinger.

Domenica, all'Ambra Jovinelli, è stata la serata della verità. Luttazzi ha portato nel teatro dell'Esquilino, impresa titanica, l'intera sua trasmissione (mancava solo la pubblicità, annunciata ogni volta ma senza che si vedessero gli spot). L'ingresso era gratuito, il pubblico straboccava, in fila per ore nonostante il freddo di questi giorni, e quelli che non sono riusciti a entrare hanno seguito lo show su un grande schermo davanti al teatro. In compenso, dentro la sala erano quasi del tutto assenti i soliti noti: una sola parlamentare (Tana de Zulueta) e Sabina e Corrado Guzzanti. Nessun altro si è sentito coinvolto o in dovere di partecipare almeno per pura testimonianza. Lo show business e la politica continuano evidentemente ad avere un potere inibitorio molto forte.

L'attore (già, ma come sarebbe meglio definirlo, lo showman, il «satiro», o semplicemente l'intellettuale, o il cittadino Luttazzi?), non si è risparmiato. Per quasi due ore ha mitragliato gli spettatori con i suoi ragionamenti ineluttabili, le considerazioni e le notizie prese dai giornali e tutte documentate, le deduzioni da detective. Ha una cultura straordinaria, acuta e variegata, che non risparmia nessun campo, e tanto meno nessun bersaglio. E rispetto a Papa Razzy (dato l'argomento al centro della puntata oscurata), sarebbe stato facile aspettarsi delle tirate facili, notazioni e ironie che il personaggio semina e attira come una calamita, con molto senso dell'autopromozione e poco pudore rispetto a quello che ci si aspetterebbe dal suo ruolo.

E invece Luttazzi, per denunciare l'invadenza e l'ignoranza vaticana (e la simmetrica soggezione del Palazzo) cita i vangeli e l'antico testamento, la scienza e l'antropologia, la storia della chiesa e la letteratura, la patristica e la tomistica. E se le usanze dei Cananei e le tesi di Tommaso d'Aquino impongono un minimo coefficiente di attenzione, si alleggerisce presto con il canone curiale dell'abito cardinalizio. Senza nemmeno un'allusione velata agli eccessi modaioli di sua vanità, pur non risparmiando mezzi, l'artista colpisce più crudelmente. Citando sciocchezze affettuose della memoria collettiva (le rubriche della Settimana enigmistica) che danno solo la misura della banalità della politica e delle imprese nazionali di oggi.

Non rinuncia certo Luttazzi, a tutto quel patrimonio di sessualità ingorda e di scatologia ributtante in cui pure navigano informazione e intrattenimento, purché la «materia» non sia esplicita. Lui invece ha un gusto sadico nel chiamare le cose per nome. Merda e pompini per lui tali sono, in senso letterale come in quello figurato. Poi, ogni tanto, con delle frenate improvvise, con lo stesso sorriso vispo e soave, trae delle conseguenze o delle conclusioni del discorso, e sono dolori per tutti, tanto è forte la sua critica sociale e puntuto il suo ragionamento. E può citare Muraro o gli psicanalisti francesi, a pieno titolo, anzi dispiegando nella satira una umanità insperata e perfino rassicurante.

A commento della sua condizione attuale, di censura al quadrato dopo l'editto bulgaro e quello «illuminato» de La7, ripete la visione di Ferrara nella vasca da bagno con quel che segue. Applica la cristologia a buon mercato che il papa cerca di riportare in auge, alla fede oscena dei consumatori di hamburger. Sulla negazione dei diritti civili alle coppie, lancia l'interrogativo inquietante e ovviamente retorico se «si debba considerare sacro tutto quello che si fa davanti a un prete». Sottolinea il «femminismo» strumentale del papa, «che di donne non ne avrà mai conosciute». Insomma è davvero inarrestabile, un vulcano di risate amare, che porta sulla scena in una forma nuova e non più solitaria. Attorno a lui allinea infatti un gruppo di giovani attori (qualcuno di alta scuola ronconiana, come Gianluigi Fogacci), divertiti e sorpresi anche loro della reattività del pubblico, inusuale in teatro.
È che difficilmente uno spettacolo (e tanto meno la nostra televisione) divengono uno specchio tanto fedele e stringente della nostra vita e dei nostri rapporti. E mai vi si dice, con le cose chiamate con il loro nome, quello che spesso è inconfessabile in società. Il dottor Luttazzi invece lo dice, e ci fa pure ridere sopra. Di una risata così acida da procurare qualche scompenso. Dev'essere per quello che quei filantropi dei censori lo vogliono togliere di mezzo, in tutti i modi.

Risate amare politica assente
di Norma Rangeri

Una serata di risate amare. Non di quella specie rara, di cui è stato interprete Daniele Luttazzi di fronte al pubblico dell'Ambra Jovinelli. Le risate che scattano quando l'oggetto è drammatico («ho dodici anni, i miei genitori mi portano a Disney: vuol dire che sto morendo di cancro?»). Di questa particolare specie di satira Luttazzi è un campione e in un'ora e mezzo di spettacolo ne rovescia da fare indigestione. Le risate amare di cui parliamo noi appartengono a un sentimento di claustrofobica impotenza.

Siamo lì riuniti come una specie di setta carbonara, a vedere e ascoltare quello che a milioni di telespettatori è proibito vedere e ascoltare. Siamo cittadini di serie B, prigionieri di un paese con un numero spropositato di reti, e nemmeno una in grado di accogliere la satira che sparge sale sulle ferite («dopo tanto che non riuscivo a rimanere incinta, ora ho otto gemelli: è un messaggio di dio», «no», replica Luttazzi, «hai presente quando non riuscivi a rimanere incinta? quello era il messaggio»).

La satira, specie sulla religione, in un paese arcicattolico, dovrebbe essere considerata una manna dal cielo. Perché «se al sacro togli il profano ti resta solo l'integralismo», come dice Luttazzi con tutta la «tristezza di ripetere queste cose 200 anni dopo Voltaire». Invece eccoci impegnati a pubblicare sul giornale alcuni stralci di un testo vietato perché scritto da un autore che osa rovesciare il senso comune pescando nella filosofia (Gilles Deleuze, Luisa Muraro, Felix Guattari), nella manipolazione miracolosa («ascolto Radio Maria come fosse un racconto di fantascienza di Philip Dick»), nella politica («Prodi è ricoverato per allucinazioni: crede di essere a capo di una coalizione»).

Ed è proprio lei, la politica, la grande assente tra le poltrone celesti dell'Ambra Jovinelli. In teatro non c'era nessun rappresentante del popolo, unica eccezione Tana De Zulueta. A dimostrazione del fatto che, al di là delle dichiarazioni di circostanza, nella lunga lista della «buona politica», messa in campo dal Partito Democratico, non c'è spazio per la difesa di un pensiero senza dio. Nemmeno la Cosa Rossa (che, con un lapsus, l'attore chiama la "croce rossa") ha sentito l'urgenza di partecipare in prima fila alla battaglia di un cane sciolto. Confermando di non essere mai stata alla testa e all'altezza di una mobilitazione per riformare il sistema della televisione italiana. Salvo chiedere (comunisti, riformisti...) di salire sul palco quando le manifestazioni girotondine riempivano le piazze.

Anzi, ultimamente non si fa in tempo a stare dietro a quanti ci tengono a far sapere di essere rimasti colpiti sulla via «del sentimento religioso», pudica perifrasi che naturalmente non c'entra niente con l'amore per il buddismo, e molto, invece, con la marcia di avvicinamento alle mura vaticane.

Così come, ad eccezione dei fratelli Guzzanti, nessun altro attore di quelli che hanno libero accesso al piccolo schermo, era presente nella sala gremita di ragazzi. Sarà perché Luttazzi non appartiene alle lobby che contano? Sarà perché insieme a Sabina e Corrado, resta uno dei pochi a sputare nel piatto dove mangia? Uno dei pochissimi a non fare spot pubblicitari?

Spot pubblicitari? Ne farei, se me li offrissero. Non ci trovo nulla di male. :-)

Caccia al tesoro

Il successo della “Caccia al tesoro” ( un centinaio di vincitori, fra cui Mauro Madeddu, Sergio Briasco, Davide Prevarin, Angelo Schisa e Davide Bianchi) ha incuriosito molti. Quanti comici nascosti sono già stati scoperti?

Ecco la lista provvisoria:

Steve Allen
Woody Allen
Aristofane
Rowan Atkinson
Clive Anderson
Dave Attell
Ronnie Barker
John Barth
Donald Barthelme
Roseanne Barr
Richard Belzer
Jack Benny
Milton Berle
Sandra Bernhard
Ambrose Bierce
Mike Birbiglia
Joey Bishop
Lewis Black
Jorge Louis Borges
Frankie Boyle
Jo Brand
Lenny Bruce
George Burns
Bill Burr
Aldo Buzzi
Godfrey Cambridge
Cedric the Entertainer
George Carlin
Jimmy Carr
Lewis Carroll
Johnny Carson
Miguel de Cervantes
Dave Chappelle
G.K.Chesterton
Margaret Cho
Andrew Dice Clay
Billy Connolly
Dane Cook
Tommy Cooper
Bill Cosby
David Cross
Barry Cryer
Billy Crystal
e.e.cummings
Rodney Dangerfield
Bill Dana
Larry David
Jack Dee
Louis De Funes
Ellen DeGeneres
Phyllis Diller
Ken Dodd
Tom Dreesen
Dick Emery
Harry Enfield
Bill Engvall
Lee Evans
Marty Feldman
W.C. Fields
Greg Fitzsimmons
Michel Foucault
Dawn French
Sigmund Freud
Stephen Fry
Carlo Emilio Gadda
Janeane Garofalo
Bobcat Goldthwait
Edmond de Goncourt
Gilbert Gottfried
Tom Green
Dick Gregory
Buddy Hackett
Jack Handey
Ben Hecht
Mitch Hedberg
Bill Hicks
Harry Hill
Frankie Howerd
Richard Ingrams
Eddie Izzard
Henry James
Richard Jeni
James Joyce
Franz Kafka
Gabe Kaplan
Andy Kaufman
Buster Keaton
Sam Kinison
Ernie Kovacs
Paul Krassner
Karl Kraus
Stan Laurel
Carol Leifer
David Letterman
Joe E. Lewis
Richard Lewis
Georg Lichtenberg
Anita Loos
Jon Lovitz
Norm Macdonald
Bill Maher
Merrill Markoe
Don Marquis
Groucho Marx
Dean Martin
Demetri Martin
Steve Martin
Menandro
H.L. Mencken
Paul Merton
Dennis Miller
Larry Miller
Alberto Moravia
Robert Musil
Vladimir Nabokov
Kevin Nealon
Ross Noble
Bob Newhart
Conan O’Brien
Patton Oswalt
Dorothy Parker
Andy Parsons
Emo Philips
Tito Maccio Plauto
Thomas Pynchon
Monty Python
Dennis Potter
Marcel Proust
Richard Pryor
François Rabelais
Carl Reiner
Vic Reeves
Brian Regan
Don Rickles
Chris Rock
Joe Rogan
Will Rogers
Jeffrey Ross
Mike Royce
Rita Rudner
William Rushton
Bob Saget
Mort Sahl
J.D.Salinger
Adam Sandler
Robert Schimmel
Ronald Searle
Jerry Seinfeld
William Shakespeare
Garry Shandling
Martin Short
Frank Shuster
Sarah Silverman
Neil Simon
Isaac Bashevis Singer
Red Skelton
Bobby Slayton
Linda Smith
Logan Pearsall Smith
Terry Southern
Laurence Sterne
Tom Stoppard
Igor Stravinsky
Italo Svevo
Wanda Sykes
Publio Terenzio
Dave Thomas
James Thurber
Mark Twain
Kenneth Tynan
Giuseppe Ungaretti
Peter Ustinov
Karl Valentin
Virgilio
Kurt Vonnegut
Jimmie Walker
Max Wall
Evelyn Waugh
Mae West
E.B. White
Oscar Wilde
Billy Wilder
Flip Wilson
P.G. Wodehouse
Steven Wright
W.B. Yeats
Israel Zangwill
Emile Zola

Tanti, ma non ancora tutti. Quindi la caccia è ancora aperta.
Buon divertimento!

Tour "Barracuda 2007"

Teatri
5 ottobre: Genova Palamazda
12-13 ottobre: ROMA Gran Teatro


Recensione dopo la serata al Teatro della Luna di Assago:

A teatro con la stessa urgenza con cui si va dal medico, proclamava Artaud anni or sono. Vagheggiava un’arte non estetica bensì componente necessaria della vita. Accostare il raisonneur Luttazzi alle riflessioni dell’internato di Rodez è certo un azzardo, eppure nei suoi spettacoli si avverte un’irrinunciabile urgenza. One man show privo di orpelli, Barracuda 2007 è basato interamente su un umorismo al vetriolo, all’assalto d’orecchie, intelletto e stomaco, e la vena battutista ne spiega il successo solo in parte.

Per capire Luttazzi è fondamentale considerare la sua recitazione da player anglosassone, distaccata e feroce, il ritmo forsennato con cui porge una sferzata dietro l’altra, senza risparmiarsi e risparmiare niente. Una comicità scientifica: l’impressione è di trovarsi da un medico che sappia calcolare ogni minima reazione del paziente-pubblico, risata per risata, singulto per singulto. Le sue esibizioni sono lezioni su cosa sia la satira, a cosa serva e come debba essere esercitata.

Professore, scienziato e mago: perchè l’oro ottenuto dal piombo inerte dell’attualità politica, della meschineria religiosa, dell’ipocrisia dilagante, è alla fine un prodotto misterioso, alchemico, manifestato nell’abisso del riso. Dilagante e, nella sua profonda fisiologia, ineffabile. Un’antologia di battute sarebbe vana, riproduzione depotenziata e inefficace d’una performance che ha nel farsi scenico la componente primaria. Luttazzi è anche autore da pagina, vari i libri all’attivo, ma ammirare sul palco la geometria cartesiana del suo humour noir è altra cosa. E se, improvvisando, esce dallo spartito, si dimostra fuoriclasse assoluto.

La struttura di Barracuda 2007 è invertita rispetto al solito: prima il “Luttazzi al 100%”, a parlare di sesso, deiezioni, Dio, mescolando tutto in un brodo surreale. Impugnando indifferentemente clava e fioretto: la satira “se non è eccessiva non diverte”. La seconda parte è dedicata a politica e attualità, si ride forse meno, forse meglio. Non è una novità che in un paese da barzelletta le persone più serie siano i comici, e Luttazzi è tra i migliori. Non s’arresta di fronte a niente: dall’ipocrisia della politica a quella de la société du spectacle. Riporta fatti vissuti, nomi e cognomi. Un olocausto satirico e spietato. Parla di censura, epurazioni e ipocrisia diffusa, in prima persona, assumendosene le responsabilità, sport da noi poco in voga. E spiazza tutti, quando afferma, sul serio, di apprezzare la finanziaria di Padoa Schioppa.

Ci si alza dalla poltrona (del medico?): addominali e mascelle dolenti, un vago senso di amarezza. Spettacolo necessario, Barracuda non è paraculo, saccente, come tanti prodotti della sinistra moralista nazionale. Questa la sua forza: Luttazzi scandalizza e fugge il piagnisteo. In un mondo in cui, Pasolini docet, essere di sinistra appare opzione consunta, Daniele si smarca, scampa alla trappola. Per definirlo bisogna rifarsi all’inglese: cool. Resta la tentazione di proporlo come premier, ma sappiamo che rifiuterebbe. Grazie dottor Luttazzi.

Igor Vazzaz, Giudizio Universale, aprile 2007


Recensione dell'anteprima al Nuovo di Udine:

Morde, eccome, il Barracuda 2007 di Daniele Luttazzi, che riprende alla grande i temi sviluppati nel monologo del ’99 con affondi sempre più “cattivi”, ma anche assolutamente lucidi, sui mali che affliggono la società italiana, sui tic e le bugie della politica e della tivù, sulle contraddizioni di un pianeta impazzito. (…)

Chapeau dunque per il provocatore che non rinuncia a lanciare strali a destra e a sinistra, che non sa cosa sia il politically correct, e che punta tutto sulla satira: non quella basata sullo sfottò invertebrato, ma quella dura, fatta per scardinare e distruggere. Amara e travolgente comicità nella saga erotica e sentimentale del quarantacinquenne che vive ancora a casa di mamma e papà (…) puntando dritto sull’obiettivo: lo smantellamento, devastante e sistematico, di tutti gli stereotipi su amore e sesso, compresi i loro contrari.

Il veleno, si sa, sta sempre nella coda. Ovvero nella seconda, generosa parte del monologo, quella che scatena le ovazioni. (…) Il pubblico approva, applaude, e lui lo premia irrorandolo, come sempre, con una pioggia liberatoria di battute finali: notizie improbabili, assurde profezie di Nostradamus, e i “Forse non tutti sanno che”.

Esilarante, surreale Luttazzi, e al tempo stesso tremendamente vero.

Alberto Rochira, il Piccolo


Recensione dopo la prima nazionale a Bologna:

L'altra sera ho assistito alla prima del nuovo monologo di Daniele Luttazzi. Due ore e mezza di assoluto divertimento, ma anche di riflessione. Uno spettacolo che a tratti si è fatto vera e propria lezione di senso civico e di moralità, nei confronti di una società che ha smarrito da tempo l'uno e l'altra. Due ore e mezza in cui ci siamo ricordati del vero significato della parola "satira", quella che è tutt'altra cosa rispetto a una comicità molto spesso reazionaria e schierata con il potere, quella satira che graffia veramente e che proprio per questo non risparmia nulla e nessuno. E infatti nessuno è stato risparmiato: dalle ipocrisie morali del mondo vacuo e buonista della tv e dei suoi falsi idoli che vanno vantandosi ogni giorno del loro qualunquismo, ai retaggi pericolosamente antimoderni e antidemocratici della religione, per finire naturalmente con la politica. La politica che ha estromesso dal palcoscenico tv Daniele e quelli che come lui rivendicano il diritto alla libera espressione e che non li ha ancora riammessi nonostante l'aria nel frattempo sia cambiata. La politica cui Daniele si è rivolto per chiedere a gran voce l'abolizione delle leggi vergogna di Berlusconi e della sua banda: i provvedimenti ad personam in campo giudiziario, la Bossi-Fini, la legge 30, senza dimenticare il ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan e dal Kosovo. Che dire? Davvero una bella boccata d'aria nel grigiore che quotidianamente ci circonda.

Federico Palma / lettere a l'Unità

Stanotte e per sempre

“Anche a me risulta che Moro si sentisse scavalcato da Andreotti.”
Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi
(La Repubblica, 18 aprile 2001)

“Simili emozioni credo di averle vissute quando mi comunicarono il rapimento di Moro.”
Giulio Andreotti a proposito dell’attentato al WTC
(Sette, 20 settembre 2001)

“Sì, è vero. Gli piacevo molto. Ebbe per me un sincero innamoramento.”
Rosanna Fratello a proposito di Aldo Moro,
(il Messaggero, 8 marzo 2002)

***

Venga, onorevole”, disse ad Andreotti Prospero Gallinari con tono deciso. “Non vorrei proprio perdere tutta la notte. Devo tornare a casa da mia madre.” Nella sua figura massiccia di terrorista c’era qualcosa di irrisolto. La replica di Andreotti fu venata da una nota di sarcasmo:”Deve tornare da sua madre? Non sapevo che voi brigatisti ne aveste una, eh eh eh.

Gallinari arrossì imbarazzato e distolse lo sguardo. “Stronzo! “ pensò. Succedeva sempre così: siccome era alto e aveva un pomo d’Adamo importante, lo trattavano da tonto. Una volta ne aveva parlato anche con Morucci, il quale non aveva mancato di rassicurarlo. “Conosci il tuo lavoro, hai talento e capacità; dimentica le insicurezze e vai avanti,” gli aveva detto il suo capocolonna con enfasi.

Gallinari si sforzò di indurire il suo faccino grazioso, ma che si può ottenere quando si ha un nasino all’insù punteggiato di lentiggini e labbra grandi e morbide? Andreotti nemmeno le notò, le sue lacrime.

Attraverso un corridoio male illuminato raggiunsero la porta interna del garage. Gallinari l’aprì, manovrò un interruttore e Andreotti si trovò davanti alla Renault rossa.

Il cadavere di Aldo Moro era caldo. Gallinari si voltò verso Andreotti. Lo sguardo di questi, dapprima sostenuto e quasi solenne, si addolcì piano piano. Il volto gli si schiuse in un sorriso, i denti smaglianti ancora più bianchi in contrasto con la pelle, abbronzata dal sole di Sicilia. Gallinari gli indicò il bagno ampio e lo spogliatoio con il fare delperfetto padrone di casa. “C’è tutto quello che le può servire, onorevole. Si metta a suo agio e si diverta. La casa è una vera fortezza, i Servizi deviati: nessuno la disturberà. Domattina sarà qui Adriana. Valerio le telefonerà per sapere se le occorre qualcosa.” Andreotti non fece in tempo a ringraziare che già Gallinari era sparito: aveva fretta di andarsene e, molto semplicemente, se n’era andato. Nessun mistero da chiarire.

Andreotti rimase per un po’ così, come sospeso fra il sonno e la veglia in quel silenzio assoluto. Poi s’avvicinò alla Renault , ne aprì il portellone, rimosse dal cadavere la coperta color cammello che la Skorpion di Moretti aveva trasformato in un sacco di Burri, si tolse gli stivaletti neri e si distese accanto a Moro. Avvertiva il fluire del sangue nelle proprie vene, il distendersi dei muscoli, il battito del cuore. Che bella cosa, essere vivi!

Quel che Moro aveva da offrirgli gli piaceva molto. Eppure la sua vicinanza lo turbava. Premuto contro il cadavere di lui, ne sentiva tutta l’autorevolezza e l’attrattiva. La stoffa dell’abito, fragile barriera imposta dalla civiltà, non gli impediva di apprezzare il fascino di quel corpo maschile nodoso e rattrappito. Ciò che più lo colpiva era la sensazione sconvolgente di dolcezza da cui era invaso. Si sentiva come un raggio di sole su una nuvola d’oro.

Fece scorrere le mani lungo il viso di Moro e fu più eccitante che negare di conoscere i Salvo. Era un paragone piuttosto stravagante, ma fu il primo che gli venne in mente. Gli accarezzò la gola, gli si aggrappò al collo e si impadronì con forza della sua bocca. Un sospiro profondo gli scosse il petto. Fu preso da un trasporto indicibile, era come in trance. Le sue labbra e le sue mani esploravano in un lento, dolcissimo viaggio ogni piega del cadavere. Quando con impeto crescente le sue dita raggiunsero l’interno delle cosce di Moro per insinuarsi con desiderio nella calda intimità dei fori di proiettile, Andreotti avvertì che il presidente della DC -l'ex presidente- era ormai senza più alcuna difesa. Gli sbottonò la camicia e la scagliò lontano. Finalmente poeva vedere quel petto a cui aveva tanto spesso rivolto il pensiero: era ornato nel mezzo da grappoli di orifizi. Si sfilò la cintura, gli sorrise e sgusciò fuori dai pantaloni di lana estiva, spingendoli oltre i fianchi deformi. Moro era lì, la bocca incurvata come in una smorfia di delizia o in una muta domanda.

Andreotti l’abbracciò forte e l’attirò a sé, dando un gemito di piacere e insieme di protesta nel momento in cui il suo sesso duro s’insinuò prepotente nel terzo foro parasternale. Ci fu una fitta dolorosa, attutita da un piacere troppo intenso per essere misurato. Era da tanto che non provava una sensazione così violenta, che non desiderava qualcosa così disperatamente. Era un desiderio più complesso, più insistente di quanto avesse previsto. A ogni spinta, il suo desiderio cresceva, finché non divenne insopportabile. Un’ondata più forte di tutte l’avvolse, salì vertiginosamente e poi, contro il suo volere, si consumò. Andreotti cambiò foro e il suo corpo sembrava dire:”Mai, mai ti lascerò andare...” La loro comunione fisica era perfetta. Andreotti inarcò la schiena per aderire meglio all’orifizio pseudovaginale e cominciò a basculare la pelvi. Fece scivolare le mani giù per il corpo di lui, tirandoselo ancora più vicino. Sollevò di colpo la testa e rapidamente, quasi con brutalità, prese possesso della piccola cavità. L’intima unione dei corpi lo fece di nuovo tremare in un crescendo trascinante di piacere e passione. Gli carezzava i fianchi, sedotto dalle curve femminili del corpo di Moro. Gridò il suo godimento, i suoi occhi mandavano lampi. Quindi girò il corpo di Moro e senza indugio lo prese di nuovo, stavolta in un foro d’uscita. Gli sembrò di morire ed era una morte deliziosa. Gli si aggrappò alla spalle e si lasciò guidare dal ritmo potente del suo desiderio. Prima lentamente, poi sempre più veloce, fino all’esplosione dell’estasi. Diede un lungo sospiro e s’abbandonò svuotato contro la schiena di Moro. Si sentiva bene, assonnato, soddisfatto. L’emicrania era sparita.

Fu allora che accadde. Moro si scosse e appoggiandosi a un gomito rantolò:"Sei un’amante deliziosa, Rosanna. Mi darai tempo di conoscerti, vero? Non...non sparirai?" Un brivido percorse il corpo madido di Andreotti. Si raddrizzò con un sussulto, ponendo fine all’intimità. Sul volto gli guizzò un lampo di divertita malizia al vedere le pupille di Moro che si dilatavano.

L’indomani, Morucci telefonò ad Andreotti per sapere se la serata era stata di suo gradimento. “Il senatore è occupato”, gli rispose Vitalone, riattaccandogli in faccia.

Caccia al tesoro

Da anni, Luttazzi organizza una "caccia al tesoro": dissemina qua e là indizi e citazioni di comici famosi, e i fan devono scoprirli. Questo escamotage nacque come esigenza legale dopo il processo Tamaro: il pretesto delle querele miliardarie, infatti, è che quella di Luttazzi non è satira, ma volgarità e insulto.

Facevano così anche contro Lenny Bruce e Lenny Bruce, per difendersi, cominciò a inserire nei suoi monologhi brani di autori satirici famosi. Vinse così alcuni processi dimostrando che il brano tanto volgare di cui lo accusavano, in realtà era di Aristofane!

Luttazzi ha ripreso lo "stratagemma Bruce": non solo vince le cause miliardarie che gli intentano, ma può togliersi lo sfizio di dare dell'ignorante a chi lo attacca sui giornali sostenendo che la sua non è satira e non fa ridere. Quando i soloni fanno un esempio, quasi sempre il brano che non li fa ridere -sorpresa!- è ripreso da un comico famosissimo: Bruce, Carlin, Hicks. ( Famosissimo per tutti, tranne che per loro! )

Il campo di Luttazzi è minato. Occorre competenza per attraversarlo indenni.

La cosa col tempo è diventata una strizzatina d'occhio ai fan: la caccia al tesoro. Scoprire le mine. Una complicità fra appassionati di comicità, come nel jazz quando Fred Hersch inserisce in una improvvisazione una frase di Monk: chi se ne accorge entra a far parte di un circolo di eletti.

Il premio simbolico è un libro di Luttazzi o un suo cd con autografo commemorativo dell'occasione fausta.

Il tema della caccia di quest'anno era Chris Rock: vinta sei giorni fa da Davide Prevarin di Caorle.

Altre mine restano ancora nascoste. Quindi, buona caccia!

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